Mentre i piccoli risparmiatori inseguono i record storici di Nvidia, ai piani alti della finanza mondiale si sta consumando un passaggio di consegne e di strategia che promette di ridefinire la mappa della ricchezza tecnologica. Greg Abel, l’uomo che da pochi mesi ha preso ufficialmente il timone di Berkshire Hathaway dopo il passo indietro dello storico fondatore Warren Buffett, ha appena rotto l’ultimo tabù dell’oracolo di Omaha, riversando la mostruosa cifra di 26,6 miliardi di dollari su un unico titolo legato a doppio filo all’intelligenza artificiale.
La sorpresa? Non si tratta di Nvidia. La scommessa multimiliardaria di Berkshire è interamente focalizzata su Alphabet (Google), la big tech che sta silenziosamente costruendo l’alternativa più pericolosa al monopolio dei chip di Jensen Huang.
La rottura con il passato: fuori Amazon, dentro i superchip di Google

Per sei decenni, la filosofia di Warren Buffett è stata scolpita nella pietra: tenersi alla larga da ciò che non si comprende appieno, in particolare la tecnologia ultra-complessa e volatile. Ma i moduli 13F depositati alla SEC rivelano che l’era Abel è iniziata con una sterzata aggressiva. Il nuovo CEO ha liquidato l’intera partecipazione in Amazon e ha triplicato la presenza di Berkshire in Alphabet, portandola a superare il 7% dell’intero portafoglio azionario della holding (un tesoro da oltre 31 miliardi di dollari complessivi).
Ma perché proprio Google, in un momento in cui tutti celebrano la leadership indiscussa di Nvidia? La risposta si nasconde dietro una sigla tecnica di cui si parla troppo poco: i TPU (Tensor Processing Units).
La guerra sotterranea dei chip: la mossa da 80 miliardi di Alphabet
Mentre il mercato retail guarda ai software e a ChatGPT, i colossi del tech combattono la guerra delle infrastrutture fisiche. Google non vuole più dipendere dalle costosissime GPU di Nvidia e, secondo report di settore, ha avviato lo sviluppo interno dei propri acceleratori AI (i TPU, arrivati all’ottava generazione) per ottimizzare i calcoli matematici alla base dei modelli Gemini.
La conferma che il piano di Alphabet stia funzionando è arrivata con un annuncio clamoroso: una maxiemissione azionaria da 80 miliardi di dollari destinata esclusivamente a finanziare le spese in conto capitale (CapEx) per l’infrastruttura AI. Di questi 80 miliardi, Berkshire Hathaway ne ha rilevati direttamente 10 miliardi tramite un collocamento privato, mentre il resto verrà assorbito da grandi banche d’affari e dal mercato aperto.
Le indiscrezioni raccolte da The Information rivelano che questa mossa ha già scatenato un effetto domino: colossi come Meta Platforms e la stessa Anthropic (la startup dietro Claude, fresca di richiesta riservata di IPO) avrebbero già stretto accordi miliardari con Google per affittare o acquistare oltre un milione di questi chip custom. Gli analisti di D.A. Davidson stimano che i TPU di Google potrebbero strappare il 20% del mercato globale degli acceleratori ad assetto variabile, trasformandosi in un business autonomo da 900 miliardi di dollari.
L’effetto farfalla: chi festeggia a Wall Street (e perché il titolo è “regalato”)
L’iniezione di liquidità e la spinta sui chip proprietari di Google stanno creando nuovi vincitori a Wall Street. Il primo è Broadcom (AVGO), il partner storico che aiuta Alphabet a progettare e produrre i core dei TPU, che è letteralmente volato ai massimi storici trascinato dai flussi di cassa garantiti fino al 2031.
Nonostante la corsa recente, il posizionamento strategico voluto da Greg Abel ricalca in realtà una vecchia lezione di Buffett: comprare un’azienda con un fossato difensivo (moat) imbattibile a un prezzo ragionevole. Al momento, Alphabet scambia a circa 25 volte gli utili futuri, a fronte di una crescita dei ricavi Cloud del 22% nell’ultimo trimestre e margini operativi schizzati al 39%.
Per la prima volta, la cassaforte di Berkshire Hathaway non sta solo proteggendo il capitale dall’inflazione con la sua montagna di liquidità, ma ha scelto il cavallo su cui puntare per il sorpasso tecnologico del decennio. Resta solo da vedere se la scommessa di Abel si rivelerà un capolavoro in stile “Apple” o se l’abbraccio con l’intelligenza artificiale si trasformerà nel primo grande rimpianto del dopo-Buffett.
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